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Il partenone greco
Il partenone greco, simbolo di questa Europa cadente

Perché la Grecia è in crisi?

Per capire il perché la Grecia sia a un passo dal default (rischiando di sprofondarci mentre scrivo) bisogna capire chi è la Grecia. Solo con questa permessa possiamo veramente intuire il perché il popolo greco sia a un passo dal baratro.

Chi è la Grecia e quanto spende/guadagna

La Grecia è una nazione che negli ultimi 12 anni si è comportata da “cicala”: il grafico sottostante dimostra come la spesa abbia sempre superato gli introiti, ben più di altri partner europei, quindi si tratta di una nazione che negli ultimi 12 anni è sempre stata con le mani bucate, non riuscendo non solo a non creare surplus primario, ma addirittura creando degli enormi buchi.

I dati precedenti sono stati presi, per l’avanzo primario, dal sito Quandl (Grecia Surplus, Italia Surplus e Germania Surplus), i dati sul PIL per Nazione sono stati presi dai big data di Google.

Sottolineando che il grafico dimostra la percentuale di surplus primario, rapportato al PIL, quindi prima del pagamento degli interessi per il debito pubblico, si può vedere non si tratta dell’unica nazione che spende più di quanto guadagna e con la crisi la situazione è anche peggiorata, vediamo più avanti anche il perché.

Dal grafico si nota anche con il rapporto tra surplus primario e PIL per l’Italia è praticamente al pari della Germania. Il nostro problema, come anche quello greco, è il debito pubblico che ci costringe a pagare enormi interessi e quindi peggiorare i nostri conti. Lo stesso è per la Grecia, infatti, guardando il grafico precedente, sembra quasi che la Grecia si sia ritrovata nei pasticci dopo l’ingresso nell’euro, che è datato 2002, in realtà non è così.

Il seguente è il grafico del surplus totale rapportato al PIL, quindi aggiungendo anche la componente interessi per il debito pubblico.

Come si può notare la Grecia e l’Italia, a causa dell’enorme debito pubblico che detengono (rapportato al PIL), pagano interessi che strozzano qualsiasi ripresa. Sia per la Grecia che per l’Italia questo significa uccidere qualsiasi utile e continuare ad aumentare il debito. Per entrambe, allo stesso modo, l’ingresso nell’euro ha cambiato poco, per entrambe, come si vede dal grafico seguente, è aumentato il PIL ma allo stesso tempo sono aumentate anche le spese.

Anzi, se volessimo essere pignoli e guardare la crescita del valore assoluto del PIL (su base 100 dal dato del 1998), scopriremmo che il semplice ingresso nell’euro per le nazioni ha cambiato praticamente nulla, anzi, la crescita è maggiore per nazioni che erano meno in regola con i conti, ecco perché in rapporto il PIL greco e italiano è cresciuto più di quello tedesco.

Detto ciò, che è la premessa per far capire come la Grecia è una nazione poco virtuosa, con un alto debito pubblico che incide sull’avanzo di bilancio (così come anche l’Italia), bisogna capire perché la Grecia si trova in questa condizione mentre le altre nazioni non sono così in pericolo.

Le monete prima dell’euro

Quanto detto fino a ora è vero, ma manca un elemento importante che è quello del cambio valutario, delle monete locali e di quella comunitaria. Tutti i grafici espressi fino a ora prendevano come base di partenza la valuta trasformata in dollari USA, poiché dal 1998 a oggi è l’unica che non è cambiata.

In realtà in Grecia, in Germania e in Italia siamo passati, rispettivamente, da Dracma, Marco e Lira a Euro. Questo incide e non poco sui conti e sulle conseguenze.

Vero che l’ingresso all’interno della moneta unica da parte della Grecia non ha inciso sul PIL, ma è anche vero che una nazione in difficoltà, prima del 2002, svalutava la propria moneta e quindi il debito valeva molto meno.

In parole povere, la Grecia prima del 2002 aveva un avanzo primario netto non perché realmente guadagnasse più di quanto succede oggi, ma perché giocando sul valore della moneta svalutava il debito posseduto e rendeva sempre più poveri i greci rapportandoli con l’estero.

La questione è ben spiegata da LimesOnline, nell’introduzione di un articolo. Cercherò di essere altrettanto chiaro: la Grecia, prima dell’introduzione dell’euro, aveva una moneta debole che nessuno voleva, quindi gli ellenici, per poter stare all’interno del mercato finanziario, pagavano interessi proibitivi, ciò per spingere gli stranieri ad acquistare dracma. Gli interessi alti bisogna anche onorarli e per una nazione che guadagna meno di ciò che spende l’unica via è quella di continuare a stampare nuove banconote, svalutando la moneta.

Solo così il debito pubblico, che non cambia al cambio del valore della moneta, peserebbe di meno sulle spalle della Grecia. Ovviamente ciò presuppone che dall’estero si prendano il rischio solo se la svalutazione presuppone degli interessi più alti, quindi si innesta un circolo vizioso dove più viene svalutata la moneta, più il debito vale meno, più interessi dovranno essere pagati.

Questa situazione la conosciamo bene in Italia, chi ha qualche anno in più sa bene che un panino farcito negli anni ’70 costava 100 lire mentre negli anni ’90 ne costava 1.000. Così come sappiamo bene quanto erano belli i buoni fruttiferi della posta che dopo 5/10 anni si raddoppiavano. Ciò perché l’alta inflazione dovuta alla moneta che si svalutava imponeva dei tassi di interesse alti sul debito pubblico emesso.

Dall’euro in poi

Giocando così, a svalutare le monete, arriva il 2002, anno in cui viene introdotto l’euro. La palla passa a Bruxelles e Francoforte, per le mani di UE e BCE, quindi le monete non possono essere svalutate a cuor leggero.

Si impone di avere un’inflazione stabile intorno al 2% annuale e quindi di mantenere questo ritmo per sempre.

L’introduzione dell’euro porta alcuni vantaggi per nazioni come la Grecia: con la mancata svalutazione non bisogna comprare più “monete di latta” quali erano le dracme, ma si investe in euro. Viste le emissioni con alti interessi della Grecia, emesse prima dell’euro e semplicemente convertite in moneta unica, diventa anche conveniente acquistare vecchi bond che rendono dal 7% in su. Si tratta della corsa alle obbligazioni che pagano tanto e la Grecia vende felice.

Stesso discorso anche per l’Italia.

Ma rimane un problema: non si potrà più svalutare la moneta, quindi il debito di 200 miliardi di euro, vale sempre e comunque 200 miliardi di euro; inoltre gli interessi al 7% portano il surplus sotto lo zero (ecco perché i grafici di sopra). La Grecia inizia a spendere molto di più di quanto guadagna.

In Italia è leggermente differente poiché le cifre non erano così esasperate come in Grecia e comunque il surplus primario rimane sempre in attivo, insomma, senza debito pubblico, noi vivremmo bene, anzi, guardando i grafici vivremmo anche meglio della Germania.

La Grecia invece affonda, sempre di più, finché la situazione non diventa insostenibile.

Haircut, debito pubblico e aiuto alle banche

In questi giorni circola questo grafico.

Esposizione in Grecia da parte delle banche

Il cambio dell’esposizione in Grecia negli anni

Il grafico è assolutamente vero, ma non dice tutta la verità. A inizio del 2000, quando investire in Grecia era conveniente, ovviamente ci furono acquisti da parte dei fondi e delle banche, le quali sono sempre alla ricerca dell’occasione.

Si arrivò così al 2012 con esposizioni per 220 miliardi di euro, le banche di questo debito avevano in mano il 90%. Ecco perché, come si vede dal grafico, gli istituti francesi e tedeschi avevano un’esposizione per 130 miliardi circa. Si trattava di normale acquisto di debito pubblico di uno Stato, che veniva pagato con buoni interessi, essendo lo stesso Stato a rischio insolvenza (come potrebbe non esserlo una Nazione che per 20 anni spende più di quanto guadagna?).

La Grecia alzò bandiera bianca spiegando che non sarebbe stata più in grado di pagare. In realtà non fu un’azione improvvisa: dal 2009 si cercava di salvare la penisola balcanica dal fallimento, però mai con azioni concrete e sempre rimandando il problema (ecco il primo vero errore dell’Europa).

Con la Grecia che minaccia il default tutta l’Europa ha un problema: si creerebbe un precedente, tutte le altre Nazioni sarebbero a rischio, i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) sono tutti esposti al contagio e un default nell’eurozona metterebbe a dura prova la tenuta di tutta l’Unione Europea. Inoltre le banche esposte, in caso di insolvenza della Grecia, avrebbero decine di miliardi di euro di credito in sofferenza che verrebbe perso, le banche stesse potrebbero fallire e con le leggi in vigore sarebbero in parte i cittadini a rimetterci i soldi, sia direttamente (conti sopra i 100 mila euro non garantiti) che indirettamente (salvataggi a carico degli Stati).

Interviene la Troika e si decide di tagliare il debito. La Grecia anziché pagare il 100% del suo debito ne ripagherà il 46,5%. Le banche acconsentono a perderci il 53,5% a un patto però: la BCE presta 1.000 miliardi alle banche così da poter rientrare della perdita.

Facciamo un esempio pratico: io banca ho in mano 200 miliardi di euro di debito greco, accetto di perdere 107 miliardi rimanendo con 93 miliardi ma la BCE mi presta 1.000 miliardi a tasso dello 0,25% per 3 anni. Io banca investo quei 1.000 miliardi in debito italiano e spagnolo che rende il 5% mediamente. 5% – 0,25% che pagherò alla BCE = 4,75% annuo su 1.000 miliardi, significa introito per 47,5 miliardi all’anno, per 3 anni significa rientrare di 142 miliardi che, puliti dalle tasse, significano più o meno i 107 miliardi che io avevo perso.

Una soluzione tutto sommato geniale (ne avevo già parlato):

  • La Grecia avrà dimezzato il debito pubblico;
  • La BCE incasserà lo 0,25% su soldi che stampa freschi, per un importo in 3 anni di 7 miliardi e mezzo;
  • La liquidità immessa si riversa sui titoli di stato della periferia dell’euro e quindi lo spread dei PIIGS diminuisce;
  • La situazione di Portogallo e Irlanda che avevano problemi simili alla Grecia si risolve grazie alla nuova liquidità;

Una soluzione che sta bene a tutti eccetto al 10% dei privati, che avevano debito greco e che non hanno accesso ai 1.000 miliardi. Ma si tratta appunto di privati e non si organizzano per far valere i propri diritti, inoltre alcuni di questi privati si sono buttati in mezzo proprio per speculare, sulla scia degli hedge found, quindi operazione chiusa.

I problemi di fondo della Grecia

Così come in Italia (e in altre Nazioni), la Grecia nel 2010 aveva grandi problemi di evasione fiscale, di corruzione e di sprechi pubblici. La burocrazia rallenta il Paese e intere classi politiche non all’altezza non hanno fatto altro che peggiorare la situazione.

Il sistema pensionistico non è stato ancora adeguato, si va in pensione prima che in altre nazioni e i vitalizi sono troppo alti in proporzione ai soldi incassati; ciò, in aggiunta al fatto che l’ente proposto alle pensioni è un colabrodo di sprechi, fa lievitare le spese.

Sono presenti troppi dipendenti pubblici che spesso non servono e questo grava sulle spese pubbliche.

Inoltre, con l’aggiunta della crisi, la disoccupazione sta aumentando quindi l’intero impianto sta andando in difficoltà: le aziende chiudono, le banche non recuperano crediti prestati a piccole e medie imprese, andando in affanno.

Tutte questioni simili al nostro Paese, se non fosse che l’Italia è grande (siamo il terzo Paese in Europa in quanto a PIL) e ha comunque alcune zone produttive che riescono a trainare l’intera economia e fanno sì che gli investitori esteri diano credito al futuro del Bel Paese.

La Grecia queste possibilità non le ha e inoltre dall’introduzione dell’euro ci si è illusi di poter vivere meglio di quanto fatto fino ad allora. Con l’euro iniziano alcune spese eccessive e superflue, l’inflazione continua ad aumentare, anche se non sostenuta dall’abbattimento del valore della moneta, e con essa aumentano anche gli stipendi pubblici e privati, provocando una situazione che porta lo Stato e le aziende a non sostenere più il peso dell’intero sistema.

Il nuovo corso della Grecia

Siamo quindi nel 2012, con la Grecia che ha solo 100 miliardi di debito, del quale il 30% in mano a organismi europei (ESFS – Fondo per la stabilità degli Stati) e mondiali (Fondo Monetario Internazionale) e il restante 70% in mano ancora ai vecchi investitori.

A livello economico è stata un’ottima mossa poiché risolveva vari problemi in un colpo solo.

Rimane però la questione di base: la Grecia è ancora la Nazione che non riesce a stare in piedi da sola se si blocca il Forex (i cambi monetari). Si tratta pur sempre dello Stato che spende più di quanto incassa.

In più nel 2012 sono in questa situazione in 3: Grecia, Portogallo e Irlanda. L’Europa diventa sempre più Germanocentrica e i tedeschi fanno obiezioni su varie idee della BCE.

Alla fine si arriva a una conclusione che prevede che i prestiti a queste 3 Nazioni avverranno attraverso promesse e richieste che sono quelle di austerità.

Dopo due anni l’Irlanda e il Portogallo ce la fanno a rientrare e a ripagare i debiti, salvando l’economia, la Grecia ancora no.

Le richieste per continuare a fare prestiti sono sempre più esose: l’Europa impone alla Grecia dei tagli sulle pensioni, dei licenziamenti di posti pubblici e tutta una serie di attività che anziché salvare la Grecia la buttano sempre più nel panico, con disoccupazione che aumenta e vari problemi di liquidità.

La Grecia è un ammalato di cancro che viene curato con l’aspirina. Servirebbero decine di miliardi di prestito a tasso zero per farla sopravvivere e almeno 10 anni per farla rientrare in alcuni parametri, ma in Europa si sta giocando una guerra di nervi e di potere.

La Germania richiede sempre di più il posto di cuore dell’Europa e lo ottiene, spesso con la forza. La BCE che di idee ne ha e che potrebbe risolvere la questione viene ostacolata da giochi di GeoPolitica. L’asse Franco-tedesco mette all’angolo i paesi del sud dell’Europa e cerca di finirli a colpi di richieste sempre più stringenti.

Le politiche economiche e finanziarie vengono calate dall’alto prendendo a modello la Germania e senza modellarle per le varie Nazioni in cui vanno applicate. La Germania cerca di rendere tedeschi i greci, gli spagnoli e gli italiani.

Il risultato è che l’austerità uccide qualsiasi tipo di ripresa in Grecia e il debito pubblico sale nuovamente a 300 miliardi. Oltre ai 100 iniziali si aggiungono i prestiti della BCE (i prestiti ELA) per far sopravvivere il sistema bancario il quale, con continui fallimenti e soldi prestati che mai più verranno incassati, va in seria difficoltà; inoltre vengono aggiunti nuovi piani di prestiti per mantenere in vita una Nazione che sempre più si sta attorcigliando su sé stessa.

Si arriva così al 2015 dove la situazione è realmente quella presente dal grafico presentato poco sopra. Il debito è passato dalle banche europee agli Stati, i quali detengono debito della Grecia non direttamente ma attraverso i sistemi europei.

Nel 2015 in Europa si inizia a vedere un leggero rialzo dell’economia, infatti già nel 2014 l’avanzo primario (anche della Grecia) è andato in positivo. Ma i Greci non ce la possono fare più, alzano nuovamente bandiera bianca, ma questa volta lo fanno attraverso le votazioni: al governo va il primo partito che si esprime contro questa Europa. I greci sono stanchi e lo fanno capire chiaramente, si inizia a parlare di Grexit, di uscita dall’euro.

Tsipras, il nuovo capo del governo, dichiara subito che questa condizione deve terminare, che servono delle regole più morbide e che comunque la Grecia ha bisogno di altri prestiti poiché così non ce la farà più.

Scatta la contrattazione ma le posizioni sono ferme, congelate, finché non si arriva al referendum che andrà in scena domani.

Chi ha ragione e chi torto

Per come la vedo io ci sono vari errori in tutta la gestione della situazione greca. Il problema di fondo viene ovviamente creato dalla stessa Nazione che non ha i conti in ordine: nessuna famiglia può spendere 2.000 euro al mese guadagnandone 1.800 e sperare che nessuna banca verrà mai a bussare alla porta.

Fermo restando quindi le colpe degli hellenici, comunque dal 2002 a oggi si registrano tanti errori da parte dell’Europa, capitanata dalla Germania: per non avere il problema greco sarebbe bastato intervenire, con poche decine di miliardi, nel 2009 a tassi vantaggiosi.

Ciò non è stato fatto e trascinando la questione fino al 2012 si è solo peggiorato quanto c’era sul tavolo. Nel 2012 la soluzione era stata ottima da parte della BCE e, in assenza di un vero governo europeo in grado di prendere le redini, non bisognava lasciare il tutto in mano alla Troika ma intervenire e modificare l’anima politica dell’Europa.

La Troika di suo è stata troppo dura, cercando di imporre la politica tedesca in una cultura che è profondamente differente sia per tradizioni che per mentalità.

Quindi, in definitiva, se la Grecia è in questa situazione buona parte delle colpe sono proprio dei greci. L’Europa però deve fare il mea culpa e capire dove ha sbagliato, proprio per evitare di commettere gli stessi errori in futuro.

Il referendum

Domani va in scena il referendum voluto da Tsipras per far scegliere al popolo greco se accettare o meno l’ultima proposta fatta dall’EuroGermania.

Fossi io greco onestamente non avrei idea di cosa votare poiché:

  • Il sì sarebbe la soluzione più semplice per non avere grandi problemi e continuare a vivere in questo limbo;
  • Il no sarebbe la soluzione per ribellarsi a questa Europa che certamente così non funziona.

Con il sì i greci avrebbero meno problemi nel breve e medio termine e allo stesso tempo rimarrebbero nell’euro scongiurando il ritorno della Dracma che li renderebbe certamente più poveri.

Il sì però sarebbe una resa alla Germania che quindi sarebbe forte della posizione dominante e continuerebbe a gestire in modo poco oculato tutto il Vecchio Continente.

Il sì avrebbe l’immediato risultato di dimissioni di Tsipras e ritorno di un governo di unità nazionale, molto più accondiscente con la Germania.

Con il no probabilmente si andrebbe incontro a disastri e si entrerebbe in una situazione inedita e poco chiara. La Grecia potrebbe abbassare i toni e sedersi al tavolo delle trattative più forte. Ma lo farà? Tsipras, forte della vittoria, sarà in grado di accettare comunque dei diktat (che comunque ci sarebbero)?

Il no significherebbe anche bocciatura di tutta la linea politica Germanocentrica e varie Nazioni, in primis Spagna e Italia, potrebbero seguire l’esempio. Inoltre tutti i mercati finanziari reagiranno male, gli spread si impenneranno e lunedì sarà un disastro per tutti.

Addirittura nella condizione più drastica la Grecia potrebbe decidere di uscire dall’euro e dall’Europa, anche se questo sarebbe controproducente e non è ciò che vuole il popolo greco.

Insomma, il breve periodo è pericoloso. Nel lungo periodo, però, la bocciatura di questa Germania potrebbe cambiare la politica dell’intera Europa.

La soluzione migliore per tutti? Probabilmente approfittare dell’occasione per creare l’Europa che oggi non esiste… una vittoria del sì e una strategia chiara che porti l’Europa a essere una vera federazione di Stati Uniti in una decina di anni sarebbe la miglior condizione.

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